Choking

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choking

Una volta un tennista mi raccontò che in una gara di un torneo importante, dopo aver vinto il primo set, il suo avversario iniziò a proporre un gioco veloce che lo mise in seria difficoltà. L’atleta sentiva di aver momentaneamente perso sicurezza in quello che faceva, di essere condizionato dalla paura di non passare il turno, dall’ansia e dalla tensione crescente. In quel frangente stava vivendo quello che viene chiamato choking.

Di cosa si tratta

Il termine deriva dal verbo inglese “to choke”, che vuol dire letteralmente “soffocare”. In effetti questa sensazione si ha quando, durante la performance, la pressione e le difficoltà creano una situazione da cui la persona fa fatica ad uscire. Usando una metafora sportiva, è come se un pugile stringesse all’angolo il suo avversario, senza dargli la possibilità di liberarsi.

Quando si verifica

Frans Bosch (2014), sottolinea come questo problema sorga dal modo con cui analizziamo quanto accade e costruiamo le nostre azioni.

In situazioni nuove si deve pensare a cosa bisogna fare, ma a volte è necessario essere più rapidi nella risposta. Prendendo l’esempio del nostro tennista, se un avversario fa una mossa inaspettata che lo spiazza, nel mentre che capisce come controbattere, l’atleta rischia di perdere il momento giusto per rispondere positivamente.

Le azioni possono, però, essere anche “automatiche”, quasi inconsapevoli, perché ben apprese e prodotte in modo spontaneo. Se il tennista, dopo un colpo lungolinea, è abituato ad incrociare la palla, userà questa soluzione spesso e senza pensarci, in maniera veloce.

I due sistemi sono importanti in ogni performance, perché ci sono situazioni in cui serve uno o l’altro. Quando il gioco si sviluppa velocemente, di solito si predilige usare soluzioni più “automatiche”, mentre in altri momenti, più tranquilli, è più facile pensare con attenzione a come agire. Il problema, per Bosch, sorge quando non abbiamo il tempo di fornire una risposta analizzando la situazione e non conosciamo azioni già sperimentate che possono aiutarci.

Cosa fare

È fondamentale, dunque, far si che ci siano alcune soluzioni ben apprese, per essere usate al momento giusto. Si dice che questo sia possibile soprattutto attraverso l’esperienza, ma in realtà si può ottenere prima e in maniera più efficace allenando le diverse difficoltà che si creano in gara. Anche il lavoro psicologico è determinate in quest’ottica: un buon percorso di mental training (che preveda un imagery mirato, la gestione delle situazioni che possono portare ad ansia e il self talk positivo), può prevenire l’emergere del choking e dare la possibilità all’atleta di realizzare una performance costante durante tutta la gara. 

Bibliografia

Bosch, F. (2014); Fine Truning Motor Control. In Joyce, D.; Lewindon, D. (Eds.), High-Performance Training for Sports, pp.113-126, Human Kinetics: Champagn, IL.

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